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Immagine Alberto e il suo diritto a scegliere per sé stesso

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LE STORIE DI STRADA

Alberto e il suo diritto a scegliere per sé stesso

Attenzione! In questa storia parliamo di una persona in condizioni critiche. 

Per chi fosse sensibile a dettagli di natura medica, consigliamo di leggere un’altra storia, cliccando qui.

Ogni nome, ogni via, sono fittizi. Plausibili, ma non esatti.

 

 

Alberto lo conosciamo da tanti anni.

Adesso ha una sessantina d’anni (ma ne dimostra ottanta). Ha avuto una vita che lui stesso definisce “movimentata”. Tanti anni all’estero, diversi lavori, imprese, piccole aziende, avventure.

 

A un certo punto, diversi anni fa, decide di tronare in Italia. Non sappiamo esattamente quando, né cosa sia successo, ma crediamo che abbia avuto qualche difficoltà anche prima del rientro, infatti arriva in Italia e decide di non prendere una residenza. 

 

Trova un piccolo angolo di marciapiede in centro, in una delle gallerie intorno al Duomo. È comodo e riparato, di notte c’è poco traffico di persone, ci si sta tranquilli.
Per anni, quella è la casa di Alberto, ci torna tutte le sere a dormire, sempre allo stesso posto.

 

Tutto va avanti uguale: qualche moneta dai passanti, le unità mobili che la sera gli portano da mangiare e cercano di convincerlo ad andare in dormitorio, ma Alberto non ne vuole sapere, lui sta bene lì.

 

A dicembre 2025, purtroppo, accusa un malore.

Viene chiamata un’ambulanza, viene portato in pronto soccorso e scoprono delle gravi emorragie. Subisce un intervento d’urgenza, ne deriva un’anemia grave e un’infezione alla gamba progressiva.

I medici gli propongono l’amputazione, ma lui rifiuta. Non ne vuole sapere.

 

Per chiunque, la notizia della necessità di un’amputazione sarebbe uno shock, ma per Alberto è anche peggio. Prima di tutto, si tratta di una persona che da anni vive per strada, la sua sopravvivenza dipende anche dall’essere autosufficiente, per sostentarsi almeno un minimo. 

Inoltre, per quanto non abbia alcuna diagnosi ufficiale, i medici hanno scritto nero su bianco che Alberto si trova in una situazione confusionale grave e che ha persino difficoltà a capire dove si trovi. Per lui, comprendere a fondo la sua situazione medica è molto complicato, e lo è altrettanto prendere decisioni consapevoli e informate.

Questo però non è sufficiente a livello legale per prendere decisioni al suo posto: Alberto ha il diritto di autodeterminarsi e di scegliere per sé stesso

E sceglie di firmare per rifiutare l'amputazione ed essere dimesso.

 

La situazione medica di Alberto è grave, ma lui esce, torna in strada. 

A questo punto, si attiva una task force composta da Ronda Carità e Solidarietà e altre associazioni, coordinate dal Centro Sammartini: ad Alberto viene trovato un posto letto in una struttura protetta, dove ogni giorno una persona può occuparsi della sua gamba, che ha bisogno di attenzioni quotidiane.

 

Purtroppo, come spesso accade a persone come Alberto, la transizione da quella che lui considera la sua casa a uno spazio protetto, e la conseguente diminuzione della libertà, gli risultano insopportabili.

Resiste pochi giorni, ma alla fine scappa. Una mattina, gli operatori non lo trovano nella sua stanza.

La sua è una fuga a tutti gli effetti, infatti decide per la prima volta di allontanarsi dalla “sua” galleria in centro e di nascondersi in zona Isola, per non essere trovato nemmeno da chi lo conosce, come i volontari che lo seguono.

 

L’unità mobile di Ronda lo intercetta dopo cinque giorni dalla sua fuga.

La gamba è in pessime condizioni.

 

Per puro caso, quel venerdì, a bordo del camper di Ronda c’è anche Valerio, volontario di sera, medico di giorno. Mette mano al kit per le emergenze del camper e dà un’occhiata alla gamba, ma dopo poco scuote la testa e decreta: “Non può stare per strada. Va portato al pronto soccorso”.

 

A questo punto, la squadra di Ronda si scontra con un iceberg. Anzi, due.

Il primo ostacolo è Alberto, che non vuole andare in nessun modo in ospedale, non si riesce a convincere. Ci sarebbe quindi bisogno di uno psichiatra, disposto a firmare per mandare Alberto in ospedale contro la sua volontà.

Uno psichiatra, disponibile il venerdì notte a uscire per strada per uno come Alberto? Introvabile.

 

Il secondo iceberg è la burocrazia, che insiste nella presenza di uno psichiatra.

Fortunatamente, Valerio conosce la materia, parla lungamente con il centralino, deve assolutamente trovare una soluzione. Dopo lunghe discussioni, emerge un’alternativa burocratica: per disporre il trasporto di Alberto in ospedale, può bastare la firma di due medici.

Se arriva un’ambulanza con un medico a bordo, Valerio può apporre la seconda firma. 

 

Valerio ricorda: “Quando, infine, è arrivata l'ambulanza, ho parlato con il medico presente sul mezzo e abbiamo concordato la necessità del trasporto in ospedale di Alberto. Cosa che è avvenuta… Credimi, anche se ho alle spalle più di 40 anni di professione, in questo caso ho verificato quanto la fredda burocrazia possa rischiare di essere prevalente sulla reale necessità di una persona in gravissimo stato di salute e di fragilità. Con tutto l'equipaggio abbiamo comunque fatto il bene di Alberto e questa è la cosa più importante.

 

Per ottenere un’ambulanza attrezzata per le necessità di Alberto, con un medico e degli infermieri, sono necessarie più di due ore

Ma anche all'arrivo del medico, non è finita. Anche perché Alberto continua fino all’ultimo a rifiutare l’aiuto degli operatori sanitari; alla fine è necessaria la sedazione.

 

I nostri volontari affrontano la serata con grande forza d’animo, ma gli animi sono scossi.
Si fanno tante domande, cui è difficile rispondere.
Abbiamo il diritto di decidere al posto di Alberto?
Stiamo veramente aiutando questo individuo, o lo stiamo solo privando del suo diritto di prendere decisioni?
Perché far rispettare i diritti dei più fragili è così difficile?
Allo Stato non importa?

 

Non riescono a lasciarsi alle spalle facilmente quella serata e i giorni successivi vanno a trovarlo tutti in ospedale, più volte. È importante che Alberto capisca dove si trova, che è importante, farsi curare…

Passano tre giorni, Barbara e Valerio, che erano sul camper quella sera, vanno a cercare Alberto in reparto. Non c’è.

Lo cercano, dappertutto. Non può essere lontano, ha il fisico di un ottantenne, è magrissimo, non cammina, praticamente striscia, è in stato confusionale…

Lo trovano davanti all’ospedale, sul marciapiede.

 

Qualcuno l’ha portato fuori, l’ha depositato a terra ed è rientrato.

 

Non si possono descrivere i sentimenti che si provano. 

Rabbia. Frustrazione. Disperazione. Disgusto.

 

Roberta e Valerio cercano di riportarlo nel pronto soccorso, oppure di trovargli un altro posto in un dormitorio, ma con le passate fughe di Alberto, non si trovano soluzioni adatte.

Non si perdono d’animo. Per quanto sia un percorso molto più lungo, decidono di adeguarsi ai percorsi della burocrazia: se riescono a ottenere i documenti per Alberto, dovrebbero riuscire anche a farlo curare come necessario.

 

Dopo lunghe discussioni lo convincono, lo caricano su una carrozzina e lo portano in centro a Milano, all’ufficio preposto. Alberto si fa spingere e si guarda intorno. Mancano poche decine di metri.
Improvvisamente, nei suoi occhi appare una scintilla: vede la sua galleria, il suo vecchio posto. Si blocca.
Lui resta lì.

 

Barbara e Valerio ci provano in tutti i modi, lui è granitico. Scende dalla carrozzina, non la vuole più, e si rimette al “suo” posto. Nei giorni successivi, tanti volontari ed educatori di Ronda tornano a parlare con lui, ma Alberto è deciso.

Solo medicazioni di base alla gamba. Nessuno spostamento dal suo angolo.

Non è negoziabile.

 

Al momento, Alberto è lì.

I volontari gli stanno vicino per quanto possono, ma devono rispettare le sue scelte.

Alberto non ha più nulla, ma si tiene aggrappato all'ultima cosa che gli resta: il suo diritto di essere libero e scegliere per sé.

 

La sua storia porta molte più domande, che risposte.

A volte, l’unica cosa che si può fare è esserci. Essere presenti quando una persona lo permette, aiutare a sopportare il dolore e la solitudine. E sperare che un giorno Alberto cerchi aiuto.