
26APR26
LE STORIE DI STRADA
La lunga strada di Anna
Venerdì 13 marzo 2026, una sera di Ronda. Solito giro.
Quando arriviamo in un vicolo, una piccola via chiusa nel centro di Milano, però, c’è una persona nuova per me.
Un fagotto di coperte, circondato dalla spazzatura di giorni.
Mi avvicino, saluto, una testa di donna spunta da sotto la coperta.
“Ciao, come stai?”, lei si limita a osservarmi.
Le chiedo come si chiama, ma, non mi risponde
Non mi scoraggio. “Mi chiamo Paola e tu?” Ancora non mi risponde. “Posso indovinare: ti chiami Anna?”
L’unica reazione che ottengo in cambio è un gesto del capo, come dire: “Va bene”.
Passano tre giorni, giorni in cui ripenso a lei e al suo cumulo di spazzatura.
No, non si può lasciarla così.
Decido di parlarne ai miei referenti in Ronda.
Il 17 marzo torno a trovarla. Le porto qualcosa, cerco di farle sentire la mia presenza, la mia vicinanza. Le porto tutto quello che posso, tranne un cambio di vestiti: dove potrei farla cambiare e lavare? Pulisco il suo giaciglio, come posso, ma la situazione è al limite.
Il 20 marzo subisce uno sgombero da parte della polizia locale a causa della segnalazione di qualche cittadino; io sono lì con lei e salvo le cose che le ho portato e che ora le appartengono. Lei mi avvisa: “Io mi sposto”.
Il giorno dopo la trovo 100 metri più in là. Così decido di presentarmi ad un gruppo di volontari che lavora anche per le persone senza dimora e che in quella via ha la sede, forse lì la conoscono. Invece no, non sanno chi sia. Lei non ha un nome, lei non ha una storia, ma io la presento come Anna perché so che a lei va bene.
Da quel giorno diventa Anna per tutti.
I volontari si prestano subito a collaborare con me. Lavorare in rete è opportuno e sarà sicuramente più efficace. Spero soprattutto di trovare il modo di farle fare una doccia da loro. Ma Anna mi dice che l’acqua non le piace.
Il 25 marzo la convinco comunque a seguirmi, le prometto che non useremo l’acqua. Entra nella sede con fiducia, l’odore che porta addosso fa ribrezzo agli altri ospiti, io cerco di proteggerla.
Anna si lascia pulire, le chiedo sempre il permesso prima di toccarla e lei si lascia pulire completamente con le salviette umide. Due volontarie mi aiutano. Anna mi consente di lavarle i piedi in una bacinella d’acqua. La fiducia aumenta. Infatti, dopo quel primo passo, quella prima pulizia, Anna ci concede e soprattutto si concede qualcosa di più. Proviamo a pettinarla ma è impossibile, sul suo capo si è formato un nodo unico, indistricabile; si fa tagliare la massa informe di capelli e lavare la testa. Non riesco nemmeno a immaginare il sollievo di avere una testa pulita dopo tanto tempo, il benessere che ti pervade dopo così tanto tempo di incuria, ma soprattutto il calore che percepisci quando senti di avere qualcuno che si prenda cura di te, con amore, dopo chissà quali esperienze.
Rivestita di abiti e scarpe pulite che ho portato da Ronda, la riaccompagniamo al suo giaciglio.
Anna non è più sommersa di spazzatura, ma la sua postazione non va bene: un giaciglio al semaforo, in una via del centro di Milano che di giorno è molto trafficata. Su quello stretto marciapiede passa tanta gente. Gente che la guarda, con pietà le lascia da mangiare e qualche soldo. La trovo sempre piena di roba, anche troppo. Ma ci sono rivoli di urina che colano dal suo giaciglio, l’odore è acre, e qualcuno chiede ancora lo sgombero.
Questa volta Anna si sposta di soli quattro metri, però non ha più nulla, le hanno buttato via tutto.
Il 30 marzo Anna acconsente a farsi fare la doccia. Pulita, rivestita e fonata, Anna piange. “Perché piangi, qualcosa non va o ti fa male?” Anna scuote la testa. “Sei contenta di aver fatto la doccia?” Anna inclina il capo in un gesto affermativo. Io l’abbraccio e tutti comprendiamo il senso di quel pianto.
Per la prima volta, da quando l’ho incontrata, ha cambiato espressione.
Fa un’altra doccia accompagnata da me, poi, con le altre volontarie, decidiamo di provare senza la mia presenza. Tutto va bene.
Nel frattempo, imbastiamo una relazione con una signora che abita in zona, che chiameremo Mariella, che con grande sensibilità si fermava a parlare con Anna e il giorno del primo ingresso nella sede dei volontari ci aveva raggiunte per chiedere aiuto per lei.
Le volontarie decidono di fare indossare ad Anna le mutandine assorbenti, gliene lasciano di scorta e Anna impara anche a cambiarsi da sola, questi atti di cura di sé denotano un cambio drastico in quello che era il modo di Anna di affrontare la vita fino a pochi giorni fa.
Scelgono un altro posto per lei: una panchina dei giardinetti, a pochi passi da lì, proprio sotto casa di Mariella.
Ma dura poco. Una mattina, il suo giaciglio sulla panchina è vuoto, la cerco e la trovo seduta rannicchiata sul ciglio di un marciapiede in una piccola via dietro ai giardinetti, tra due automobili parcheggiate. Era nascosta!
L’aiuto ad alzarsi e le chiedo di raccogliere ciò che ha sparso intorno a sé. Lei lo fa meticolosamente e poi getta tutto in un bidone.
Ora Anna non sta più alla panchina, ha scelto il marciapiede, in un angolo nascosto della piazza tra le auto parcheggiate. Non avevamo pensato che potesse sentirsi troppo esposta, troppo sotto gli sguardi di tutti, sguardi non sempre benevoli.
Ascolta tutti i giorni Mariella che le racconta storie e le manda baci affettuosi. Tre volte la settimana segue le volontarie, che amorevolmente l’aiutano a lavarsi, cambiarsi e dove le facilitano l’incontro con gli altri, gli amici di strada. Qualcuno tra loro che aveva visto Anna in strada, ci ha riportato il suo stupore: “Anna è irriconoscibile”.
Io vado a trovarla quattro giorni alla settimana, sempre gli stessi perché le abitudini sono importanti. Con lei scrivo il nostro diario e le leggo un libro. Parliamo di tante cose, in verità lei ascolta, risponde a cenni, con un sì o con un no, a volte chiede un caffè, una sigaretta, una pizza, non molto.
Il 17 aprile, Anna mi ha fatto una richiesta importante: “mi lasci il diario e la penna?” Questa è stata la sua frase che conteneva un desiderio. Non so cosa ne farà di quel diario, non ha importanza, l’importante è nella relazione.
Anna non ha identità. Mi dicono che per le Istituzioni è un fantasma e che è destinata a rimanere tale.
Ma una cosa è certa: non potremo mai lasciarla tornare alla condizione in cui l’ho trovata quel venerdì 13 marzo 2026.
