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La solitudine della strada e la solitudine di chi ottiene una casa: due forme della stessa sofferenza

Ronda ai tavoli di confronto del progetto europeo LONELY-EU.

 

Crediamo da sempre e fortemente nella collaborazione tra le diverse realtà che operano all'interno della città: nessuno può affrontare da solo fenomeni di complessa soluzione.
Operando da quasi 30 anni sul territorio di Milano, siamo uno degli attori di riferimento per il lavoro con le persone senza dimora e in grave stato di emarginazione.

Abbiamo quindi aderito con entusiasmo all'invito dell'Università Cattolica di Milano, per partecipare a un tavolo di confronto per il convegno "LA SOLITUDINE COME SFIDA SOCIALE, DALLA RICERCA SCIENTIFICA ALLE POLITICHE DI INTERVENTO - PROGETTO EUROPEO LONELY-EU"

Di seguito riportiamo l'intervento di Davide, educatore del Punto Ronda, al tavolo di confronto che si occupa di adulti:

 

 

Parlo a nome di Ronda Carità e Solidarietà ODV Milano e porto un punto di vista che nasce dal lavoro quotidiano nei servizi, quindi da uno sguardo che potremmo definire “dal basso”.
Osservo il tema della solitudine da due luoghi diversi ma strettamente connessi: la strada, dove incontriamo la grave emarginazione adulta, e il centro diurno di secondo livello,
dove accompagniamo persone che, spesso, una casa l’hanno finalmente ottenuta.

È da questo doppio osservatorio che provo a condividere una riflessione di senso.
Negli anni ho capito che la solitudine non è un’esperienza unica.
Cambia forma a seconda del contesto.
 

Per questo parlo di due geografie della solitudine, che però hanno un elemento comune: non sono solo una questione individuale o psicologica, ma il risultato di dinamiche sociali, relazionali e istituzionali.
In strada, la solitudine è spesso una solitudine di invisibilità.
Sei circondato da persone, ma non sei davvero visto.
In questi contesti, le relazioni che tengono ancora agganciata la persona alla vita sociale sono spesso informali: il barista, il tabaccaio, il cittadino che saluta ogni mattina.

Non risolvono i problemi, ma fanno una cosa fondamentale: riconoscono la persona come esistente.

È anche per questo che il nostro lavoro, come educatori di strada, non parte dal rispondere a bisogni materiali, ma dal rompere l’isolamento e ricostruire una fiducia minima che renda possibile, solo dopo, un aggancio ai servizi.

 

La seconda geografia è meno intuitiva.
Per noi del Punto Ronda, l’accesso a una casa è un traguardo enorme.
Ma paradossalmente è anche il momento di maggiore fragilità relazionale.
Ottenere una casa significa spesso essere spostati in un quartiere nuovo, perdere quei pochi riferimenti informali costruiti negli anni e ritrovarsi soli dentro quattro mura.


Vi parlo brevemente di Mario.
Mario ottiene finalmente casa. Formalmente il percorso è riuscito.
Ma nella realtà, fatica profondamente a inserirsi nel nuovo contesto.
La sera esce di casa e torna nel luogo in cui viveva quando era in strada.
Non per tornare davvero lì, ma perché aspetta le unità di strada, aspetta attenzione, relazione, riconoscimento.
A un anno dall’ingresso in casa, il servizio sociale territoriale non ha mai incontrato Mario se non accompagnato da noi.
Non si è costruita una relazione autonoma capace di reggere le fragilità quotidiane.
Qui il punto non è la singola responsabilità.
Il punto è il sistema.
Il patto relazionale costruito in strada, nel fare insieme, perfino mentre arredavamo la casa, sta naufragando perché i servizi di Grave Emarginazione, giustamente, devono uscire di scena e tornare in strada dal “prossimo Mario”.


Ma se nel frattempo non c’è un vero passaggio di testimone relazionale, Mario resta solo.


E allora l’unico luogo in cui si sente ancora visto non è la nuova casa, non è il quartiere, non sono i servizi territoriali, ma il posto in cui era senza casa.
Mario è fragile.
Lo era prima, perché era solo.
Solo tra i cittadini che lo vedevano, ma senza continuità.

Solo tra i pari, perché in strada impari presto che fidarsi costa.


Oggi Mario è solo in un modo diverso.
Perché ha quasi sessant’anni, non conosce nessuno nel nuovo quartiere e dopo una vita di strada si chiede implicitamente: chi sono io adesso?
Non più quello della strada. Non ancora uno del territorio.
In mezzo, un vuoto.


E arrivo alla conclusione.
Una casa, da sola, non sconfigge la solitudine.
Serve una staffetta educativa, una co-presa in carico reale e temporaneamente obbligatoria tra chi ha seguito la persona in strada e chi la seguirà sul territorio.
E serve riconoscere l’accompagnamento relazionale nelle situazioni di marginalità non come buona pratica, ma come Livello Essenziale di Prestazione Sociale. 


Perché se la solitudine è una sfida sociale, la relazione non può essere opzionale.
Grazie.